NICOLA SAMORI'
"Il volto è ciò che si sporge verso di noi nudo, indifeso, inerme, e che è, per questo, sacro. Samorì muove contro questa sacertà, oppure la porta al suo senso opposto che pure è contenuto nel suo significato. Sacro è ciò che è intoccabile, ma al tempo stesso esecrabile, e dunque uccidibile, come ha detto Agamben in “Homo sacer”.
Franco Rella
dipinto: Nicola Samori'
Nei suo dipinti che si riallacciano alla grande pittura classica e' il volto, l' immagine che di noi esponiamo al mondo in modo piu' vulnerabile ma anche piu' costruito ad essere preso di mira. Samori' si accanisce su di esso e lo smembra, lo lacera fino al dissolvimento. Samori' porta cosi' a svelare l' incosistenza e la grande menzogna che attraverso il volto porta alla tragica identita' degli individui. Allo stesso tempo la violenza di quei volti devastati o solo nascosti, rivelano l' inganno estetico di una pittura realizzata secondo i canoni classici rivelandone la falsita' di cio' che viene proposto.
"Una sorta di tradimento nei confronti della tradizione, quello che Samorì compie sulle tele, ora slabbrate, ora pastose, in una sorta di distruzione formale in bilico fra omaggio e demistificazione. Ecco allora comparire, dietro il colore che si disfa e cola, le figure di Rembrandt, Goya, Caravaggio, numi tutelari del pittore emiliano, trattati alla pari di un tavolo operatorio, dove sezionare, sperimentare, sporcare; un procedimento, questo, che richiama la pittura sfatta di Francis Bacon. Ma la stessa volontà di recupero di queste immagini tradizionali permette la pratica del ricordo, l’allontanamento dal museo e l’inserimento nel flusso del contemporaneo. Meglio la profanazione di queste dame secentesche, di questi Salomoni e Sebastiani, che l’abbandono indiscriminato nei polverosi archivi del museo, l’indifferenza della società attuale che condanna all’oblio gran parte della nostra storia.
"Una sorta di tradimento nei confronti della tradizione, quello che Samorì compie sulle tele, ora slabbrate, ora pastose, in una sorta di distruzione formale in bilico fra omaggio e demistificazione. Ecco allora comparire, dietro il colore che si disfa e cola, le figure di Rembrandt, Goya, Caravaggio, numi tutelari del pittore emiliano, trattati alla pari di un tavolo operatorio, dove sezionare, sperimentare, sporcare; un procedimento, questo, che richiama la pittura sfatta di Francis Bacon. Ma la stessa volontà di recupero di queste immagini tradizionali permette la pratica del ricordo, l’allontanamento dal museo e l’inserimento nel flusso del contemporaneo. Meglio la profanazione di queste dame secentesche, di questi Salomoni e Sebastiani, che l’abbandono indiscriminato nei polverosi archivi del museo, l’indifferenza della società attuale che condanna all’oblio gran parte della nostra storia.
Alessandro Marzocchi da Artribune 2013
















